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La natura di Fabre

Salone degli Specchi, Bruxelles
 
Salone degli Specchi, Bruxelles

04.06.2010

 

di Barbara Raucci
 
Gli anni ’70 volgevano quasi alla fine quando ad Anversa, il giovane Jan Fabre piantò il primo palo di una tenda nel giardino della casa dei genitori. Ad animarlo in questa impresa non era la ribellione filiale, bensì la necessità di avere uno spazio privato dove dedicarsi in piena libertà alla sua passione per il disegno, ma anche allo studio della natura. Immersa nel verde, la tenda era atelier artistico e laboratorio di scienze naturali. Da una parte fogli, matite, colori, dall’altra un microscopio, pinze, ampolle, spilli. E insetti. Tanti insetti. Ispirato dalla lettura delle opere del bisnonno, il famoso entomologo francese Jean-Henri Fabre, il giovane artista belga osservava e studiava la vita, i movimenti e il comportamento degli insetti, che poi uccideva, puntava con gli spilli, conservava e catalogava come avrebbe fatto un naturalista. Gli insetti lo affascinavano e diventeranno fonte di ispirazione per la sua arte come testimoniano la serie di disegni pubblicati nel suo “Libro degli Insetti” del 1990, ma soprattutto le sue opere, dall’Apicoltore (Stedelijk Museum, Amsterdam) al Mur de la Montée des Anges (Galleria Galliani, Genova), dall’Umbraculum (Deweer Art Gallery, Otegem) al Sarà sempre in piedi con i piedi uniti?(SMAK, Gent), all’Heaven of Delight, l’installazione permanente realizzata per il Palazzo Reale di Bruxelles, dove Fabre ha coperto il soffitto della stanza con più di un milione di ali di coleottero buprestide. Ma anche le opere di “bic-art”, dipinti realizzati con la penna a sfera bic di colore blu, nelle quali il blu rappresenta l’”Ora Blu”, concetto ripreso dal bisnonno per definire il momento in cui gli animali notturni si mettono a dormire e quelli diurni si svegliano.
A rimarcare il proprio interesse per gli insetti è l’artista stesso in un’intervista rilasciata a Jan Hoet e Hugo de Greef: “Colleziono degli insetti, li conservo in scatolette d’argento, ogni tanto li cambio, perché possano assumere nuove funzioni: l’insetto come qualcosa che sopravvive, l’insetto come camaleonte.  L’insetto come il più antico ma anche più moderno computer (...) Forse la bellezza non è altro che l’effimera eternità di tutte le difficoltà e di tutti i dolori”.
La fascinazione per il mondo degli insetti è legata anche al loro valore simbolico. Nelle sue opere l’insetto è simbolo della metamorfosi, del cambiamento, dei momenti di passaggio dei cicli vitali, giorno e notte, vita e morte. Le sue sculture spesso rappresentano monaci, creature spirituali, ricoperte di ossa, umane ed animali, una copertura esterna che rappresenta per l’artista “il risultato di una metamorfosi dello scheletro interno allo scheletro esterno, come ad esempio quello degli scarabei”. Come gli insetti si adattano all’ambiente che cambia, anche l’uomo cambia, modifica i propri comportamenti, animato da “una continua tensione nel divenire qualcosa d’altro” che secondo Fabre è “dovuta al fatto che l’uomo ha ancora l’istinto, e quella è la sua parte animale”. Come in entomologia lo scienziato osserva, studia, espone i risultati delle sue ricerche sugli insetti, l’artista osserva e studia i comportamenti dell’uomo. E facendo riecheggiare quella passione per la scienza mai sopita, li racconta nelle sue opere avvalendosi anche di elementi simbolici o di figure antropomorfe. Queste ultime in particolare permettono all’artista di rappresentare la trasformazione “dell’uomo nell’animale e dell’animale nell’uomo” e sono da egli intese come un omaggio all’animale poiché crede “che gli animali siano ancora i migliori dottori e filosofi del mondo”. Questo divenire si deve intendere come divenire “qualcosa” d’altro, non “qualcun” altro”. Un lavoro che per Fabre ha un valore etico. Attraverso le sue opere egli cerca “di creare nuove possibilità di sguardo sul mondo, di aprire nuovi universi”. Ad ispirarlo “è una fede costante nell’umanità, una perenne empatia nei confronti della vita”. La società odierna sembra spaventata dagli istinti: l’uomo deve sottostare ad una serie di regole sociali che non lasciano spazio ai comportamenti istintivi, “animali”. “Invece di utilizzare i nostri sensi animali – afferma l’artista - inventiamo apparecchi per vedere meglio, per sentire meglio, inventiamo i computer, le ecografie, studiamo e studiamo sempre più nel particolare, eccetto che ci dimentichiamo della vita”. Con la sua arte Fabre vuole creare un universo differente, vuole offrire al suo pubblico la possibilità di un diverso ordine di regole, una diverso modo di pensare il mondo. Un aiuto in tal senso può venire dalla scienza. “Viviamo in un mondo popolato di insetti, e ancora non sappiamo quasi nulla del loro linguaggio, che è molto più difficile e complicato del nostro”. Altrettanto poco sappiamo del cervello umano. Un passo in aventi in entrambi i campi potrebbe venire intrecciando i dati che derivano dallo studio del comportamento degli insetti e degli esseri umani, in futuro “attraverso un confronto si sveleranno le similitudini e i legami tra queste due diverse forme di vita. Questi nessi” potranno portare a “nuove interpretazioni sia del modo di concepire l’intelligenza umana che quella dell’ape”, a “comprendere molte cose su di noi, come ci muoviamo, perché”. In fondo i veri eroi del mondo moderno sono gli scienziati. Iil loro lavoro, le loro ricerche sono elementi di ispirazione per le sue opere. In fondo Fabre pensa che la scienza sia molto più rivoluzionaria dell’arte.


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