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Narrare la scienza per esplorare la vita

Ritratto di Ernest Hemingway,
 
Ritratto di Ernest Hemingway,
Key West, Florida; State Library & Archives of Florida, Creative Commons Licence.

01.03.2010

di Valeria delle Cave

 

 

Scriveva Robert Bresson: «non bisogna raccontare una storia per illustrare una tesi, o per mostrare uomini e donne fermi al loro aspetto esteriore, ma scoprire la materia di cui sono fatti». Eppure, nei discorsi sulla comunicazione della scienza, la narrazione viene a volte citata come strumento a favore dell'efficienza di un gesto educativo o persuasivo, senza che ci si soffermi sulla distanza che tale finalità assume dall'arte stessa. L'arte infatti andrebbe intesa come luogo in cui la vita viene indagata, compresa e restituita in forme accurate, senza altri fini se non la vita.
La strumentalizzazione dell'arte per scopi didattici o persuasivi è specchio di un atteggiamento che vizia la comunicazione della scienza da parecchi anni: il modello di deficit, secondo cui la comunicazione dovrebbe servire a promuovere un'educazione scientifica che sia pregna di amore e di consenso per la scienza. “Più conosci e più ami” è il ritornello attorno cui si progettano alcuni piani di divulgazione scientifica, e al cui contrario spesso si ricorre per spiegare posizioni critiche: «Chi critica, non sa». Sebbene tale modello sia stato dimostrato inefficace, ancora si cerca di indurre la conoscenza scientifica tramite tecniche che coinvolgano emotivamente il pubblico e superficialmente l'arte con la speranza che siano sufficienti. Daniela Suman, per esempio, scrive su Scienza&Arte che: «il ricorso al teatro sembra infatti interessante nella misura in cui permette di avvicinarci al sapere scientifico attraverso un’esperienza che passa in primo luogo per l’emozione e la suggestione, contrariamente a quanto accade a scuola». La drammaturgia è mostrata come strumento di insegnamento al pari di una lavagna luminosa molto colorata.
Un altro tipo di strumentalizzazione lo troviamo nel quarto capitolo di Comunicare la Scienza di Giovanni Carrada. Nell'illustrare le migliori strategie utili a un ricercatore che voglia avvicinare un pubblico generico verso la scienza, l'autore consiglia di organizzare le spiegazioni scientifiche in termini narrativi. Perché, sostiene Carrada, una storia «serve da sentiero che guida il pubblico attraverso la fitta foresta del tema sconosciuto, non lo fa sentire perduto e, anzi, lo sprona ad andare avanti». Il discorso scientifico è adattato ad una storia che «il pubblico preferisce sentire». Questo tipo di comunicazione “travestita” a storia diventa facilmente un'arma persuasoria. La narrazione della scienza proposta da Carrada è molto vicina negli intenti a quella Fabbrica delle storie che Christian Salmon analizza nel suo saggio (Fazi, 2008); lo storytelling diventa una pratica ordinatrice di messaggi pubblicitari, così che la narratologia viene tramutata da scienza delle narrazioni in stategie di cooptazione. Le storie non sono scritte per indagare la vita, ma per vendere, persuadere e manipolare. È una strategia usata dai manager del marketing, dagli spin-doctors e dagli addestratori di soldati (Institute for creative technologies), settori che sempre più influenzano la scienza e quindi la sua comunicazione.
Di fronte a queste tendenze, diventa allora importante allontanarsi da esse e produrre riflessioni su scienza e arte che portino verso modalità di approfondimento reciproche e un fine comune: la vita, sempre la vita - per dirla alla Raymond Carver -.
Charles Darwin non andrebbe rappresentato in scena non solo perché la teoria dell'evoluzione è importante, ma perché la sua storia umana contiene anche altro (cosa?). Quando John Milton incontra Galileo Galilei, ne viene suggestionato non a causa della teoria eliocentrica, ma della condizione umana del vecchio cieco a cui hanno tolto la libertà di espressione. Aereopagitica è pieno di senso di ingiustizia; nel Paradiso Perduto «l'artista toscano» guarda una Luna che è simile allo «scudo poderoso, di tempra eterea, largo massiccio e tondo» di Satana. È il tema della conoscenza proibita. Bertold Brecht in Galileo trova le tensioni di un uomo che è piccolo di fronte al potere e si chiede: soggiacere o ribellarsi?
L'artista dovrebbe esplorare la vita in quelle che sono le tensioni e i percorsi, le ragioni e le emozioni che la costituiscono; uno scrittore, romanziere o drammaturgo, non dovrebbe scrivere per insegnare, ma per aiutare a vedere. Ernest Hemingway diceva così: «la gran cosa è resistere e fare il nostro lavoro e vedere e udire e imparare e capire, e scrivere quando si sa qualcosa; e non prima; e, porco cane, non troppo dopo».
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