Tu sei qui: Portale letteratura Letteratura e scienza: l’“oscurità” della poesia (VI)

Letteratura e scienza: l’“oscurità” della poesia (VI)

23.07.2010

 

di Giuseppe O. Longo 

 
I “paradossi” che s'incontrano nell'interpretazione della meccanica quantistica e i fenomeni caotici, che sempre più si rivelano onnipresenti in natura, indicano che la capacità descrittiva del formalismo che oggi possediamo è limitata. Allo stesso tempo il fatto che siamo riusciti a superare questo formalismo, foggiando strumenti matematici capaci di descrivere, sia pure senza il confortevole sostegno dell'intuizione, anche queste situazioni limite o "patologiche" rispetto alla normalità quotidiana può essere un segnale che la nostra struttura biologica supera, in capacità descrittiva inconsapevole, l'abilità di descrizione e interpretazione che finora siamo riusciti a esplicitare in forma afferrabile e razionale.
 
Laplace dunque risuscita, ma con fattezze che certo non gli piacerebbero: il suo determinismo sarebbe da attribuire non alla limpida razionalità di cui egli era il paladino, ma a un complesso di ragioni “oscure” che contribuiscono a reggere i nostri rapporti col mondo e con noi stessi. Ad esse si è dato il volto di forze cieche e degradanti, come l'Istinto, oppure cieche e virtuose, come la Vita o il Desiderio, rimuovendone in ogni caso qualsiasi valenza intelligente: cieche, appunto, non sanno quello che fanno, non esprimono delle regole, una grammaticalità, delle ragioni.
 
Contro questa rimozione si sono pronunciati, da angolature diverse, Pascal, Gregory Bateson, Konrad Lorenz, Brian Goodwin, John Searle, denunciando il riduzionismo razionalistico che s'ingegna di sopprimere quelle che Pascal chiamava «le ragioni del cuore che la ragione non comprende», cioè le complesse proprietà cognitive di base che hanno consentito al vivente di svilupparsi e di sviluppare un'intelligenza che, se in vetta è raziocinio e algoritmo, alla base è puro affaccendamento biologico, esistenziale.
 
A proposito delle pascaliane ragioni del cuore così si esprime Martin Heidegger: «L'interiore e l'invisibile del dominio del cuore non solo è più interiore che il 'dentro' della rappresentazione calcolativa e perciò più invisibile, ma abbraccia una regione più ampia di quella degli oggetti semplicemente producibili. Nell'invisibile ultrainteriorità del cuore, l'uomo è prima di tutto sospinto verso ciò che dev'essere amato: gli avi, i morti, l'infanzia, i nascituri».
 
Si potrebbe aggiungere, credo, che quell'interiorità è lo spazio dell'intuizione oscura, primordiale e germinante: lo spazio in cui prorompono l'arte, la poesia e la visione prima della matematica. E anche queste costruzioni “devono essere amate”, visto che esiste una profonda e vibratile “emozione del pensare” collegata allo sgorgare primo, non depurato, dell'atto conoscitivo razionale. L'ultrainteriorità di cui parla Heidegger è forse uno spazio i cui umbratili confini sono segnati dai limiti stessi della nostra biologia: è forse grazie a questo spazio non del tutto illuminato dalla razionalità che riusciamo, se non a comprendere, almeno a calcolare la meccanica quantistica.
 
E, a proposito dell'oscurità, mi piace citare Eugenio Montale: «Non già che io abbia cercato di proposito l'oscurità: ma nessuno scriverebbe versi se il problema fosse quello di farsi capire. Il problema è di far capire quel quid al quale le parole da sole non arrivano».
 
Per Montale il significato della poesia non sta dunque nelle parole, ma in ciò che sta dietro, o accanto, alle parole, così come il significato vero delle cose, della Natura (che per il poeta ligure è con la maiuscola), non sta in ciò che si può vedere sulla superficie, ma sta sotto, o dentro, e si può sperare di coglierlo attraverso quei varchi, quelle improvvise crepe che a volte, dopo un paziente corteggiamento, si aprono, per un istante sublime, appunto sulla superficie compattadel mondo sensibile. In questo senso la poesia è una forma di conoscenza, ma assai diversa da quella filosofica o scientifica, che è esplicita, squadernata, argomentabile, comunicabile con le parole e coi segni matematici. Si tratta, per la poesia, di una conoscenza immediata, baluginante, che appare e si nasconde, di una conoscenza derivante da quelle rare epifanie che a volte si offrono agli occhi dei fanciulli o, appunto, dei poeti. La poesia, come ho detto, scaturisce da quelle regioni dell'ultrainteriorità cui la ragione non ha accesso. (6 - continua)
Azioni sul documento
Strumenti personali