Un'immagine tra quelle possibili
di Daniele Gouthier
L’uomo è alla ricerca di un’immagine del mondo. “È ciò che fanno, ciascuno a suo modo, il pittore, il poeta, il filosofo speculativo, lo scienziato naturale”, dice Albert Einstein. La rappresentazione che ce ne diamo è lo sfondo contro il quale si muovono le nostre emozioni, scelte, azioni: in una parola è l’orizzonte che estende la nostra limitata esperienza personale.
L’immagine del mondo è sempre stata costruita a
nche attraverso il sapere scientifico, ma nel Ventesimo secolo la scienza accelera, la sua produzione diventa sempre più veloce e l’uomo perde contatto con la comprensione scientifica dell’Universo. È una perdita di contatto tale che Richard Feynman venne a dire: “Eppure i nostri poeti non ne scrivono; i nostri artisti non tentano di raffigurarlo. Nessuno si sente ispirato dalla nostra immagine attuale dell’universo? Non siamo ancora in un’era scientifica”.
E questo scollamento avviene in un’era ipertecnologica e al tempo stesso pochissimo scientifica. La tecnologia, intesa come l’insieme delle applicazioni della scienza, è uno degli elementi che più plasmano l’immagine del mondo di oggi. Non che questo succeda in tutto il mondo. Certamente succede in Occidente e in particolare nell’Occidente televisivo dove un pubblico più o meno distratto spesso si accontenta dell’apparenza della tecnologia. In ogni caso però le forme esteriori dell’ipertecnologia sono talmente forti, talmente luminose e abbaglianti da offuscare o quasi ogni altro mondo realmente esistente. Beninteso, in un quadro caratterizzato da una ridottissima diffusione della cultura scientifica: non tanto rispetto al passato, quanto rispetto a quei prodotti tecnologici che essa stessa contribuisce a generare e a diffondere attraverso il mercato.
L’essenza molto tecnologica e pochissimo scientifica della nostra era si riflette nelle arti, in primis la letteratura, dove, a cercar bene, si trovano spesso i nomi della scienza ma non la scienza in sé, il che mette paradossalmente in luce tutta la distanza che c’è con una vera cultura scientifica. Nella scienza esistono la metafora e il neologismo, lo scarto e il mondo possibile: in una parola esiste l’ambiguità ineliminabile tanto cara a Heisenberg. I nomi vengono solo dopo e sono solo una debole ombra del dibattito e del confronto che c’è nella scienza intorno alle questioni aperte.
Scrivere narrativa con la scienza di fianco, vuol dire richiamarsi (o meglio, e più modestamente, guardare) a due grandi scrittori italiani del dopoguerra: Italo Calvino e Primo Levi. All’immensa, precisa, lucida, poeticissima opera di Calvino, oltre a quel tentativo luminoso di rifondazione mitico-scientifica della letteratura che va sotto il nome di Cosmicomiche, fanno eco molti altri valori del narrare, come per esempio nelle Lezioni Americane, l’utilizzo della lingua come strumento per osservare, descrivere, interpretare il mondo che gli è sempre stato proprio. E Levi risponde con la sfida dell’altrui mestiere. Così, come Levi, chi ha competenze tecniche e scientifiche di alto profilo ha la convinzione che parte del nostro linguaggio tecnico possa arricchire il linguaggio base della narrativa. Non solo con la precisione della scienza e con lo sguardo cosmologico che certa scienza porta in sé, ma anche con i suoni che la nomenclatura scientifica evoca e utilizza. Catastrofe, biforcazione, trasformazione, risonanza, simmetria, tempo, sono nomi che muovono dalla scienza ed evocano pensieri, idee, sensazioni in tutti i lettori.
Una letteratura in grado di dialogare con la scienza non si deve accontentare di entrare nel mondo dei Grandi Risultati della Scienza. Questi sono nient’altro che il modellino plastico – asettico, candido, pulito, sintetico e algido – della scienza. Una letteratura che tratti la scienza alla pari deve abbandonarne le rappresentazioni artificiali, per sporcarsi le mani con il fango, la calce e soprattutto i calcinacci di quel cantiere permanente che essa è. Un cantiere dove si rischia e si sbaglia (publish or perish, del resto): solo una narrazione che tenga conto degli errori della scienza, può essere una narrazione che contribuisca a una cultura scientifica. I Grandi Risultati della Scienza nascondono le potenzialità di una scienza che è sempre in divenire, una scienza per la quale la certezza di oggi è l’errore di domani, una scienza che è sempre da costruire: esiste sempre la possibilità di capire meglio e più profondamente, di investigare il reale in modo diverso, di cambiare punto di vista, di smantellare una teoria e ricostruirla più bella di prima.
Però sotto i riflettori non devono andar il metodo, la precarietà, la storicità e gli errori della scienza. L’occhio di bue deve illuminare il processo di costruzione della scienza, deve farci condividere gli elementi plastici che la nutrono giorno per giorno. Il Grande Risultato della Scienza (ma anche quello piccolo) emerga dal complesso dei progressi compiuti, ma anche dagli errori e dalle deviazioni fatte per arrivarvi. E persino dalle immagini evocate da tutt’altro contesto culturale e che proprio per questo sono essenziali a cogliere un aspetto del problema, ma immancabilmente un aspetto solo: immagini usa-e-getta utili solo in una particolare fase del lavoro; parole inventate in momenti nei quali si brancola nel buio e non si trovano né parole esistenti né immagini né sensazioni. Vogliamo una letteratura, insomma, che sia in grado di scegliere non solo quei percorsi creativi che gli scienziati selezionano come utili per la scienza, ma anche le immagini inutili, le sensazioni che hanno vita breve o quelle sbagliate. In sintesi, tutto ciò di cui una ricerca si ripulisce nel momento di essere pubblicata.
Letteratura dell’immaginario scientifico è dunque la produzione di narrazioni o di poesie in cui le categorie e il linguaggio scientifico fanno parte del bagaglio tecnico spontaneo che una persona ha affinato, dal momento che non si tratta di categorie innate. La meccanica quantistica non è innata; e nemmeno l’evoluzione e neppure il sistema periodico o i semplici assi cartesiani.
Se nulla di ciò è innato, chi può essere il protagonista di una letteratura di questo genere? Uno scienziato letterato o un letterato scienziato? Entrambe le strade sono da percorrere: solo qualche passo è stato fatto su ciascuna di esse. Chi fa o comunica scienza deve mettere in campo la disponibilità ad accompagnare gli artisti nell’esplorazione, dialogando, e lasciando che elaborino le loro strutture non per esprimere e comunicare immediatamente i risultati, ma per familiarizzare con il nuovo ambiente e produrre quelle immagini che inevitabilmente fioriscono quando ci si accosta alla scienza, nel senso sporco che abbiamo inteso più sopra, come del resto accade in direzioni diverse se pur contigue: dal cinema, alla scultura, alla pittura.
Prima dicevamo dei nomi della scienza che fanno capolino nella letteratura. Non è questa la via. Anche dal punto di vista linguistico non ci sono scorciatoie: l’espressione poetica della scienza ha bisogno di un proprio linguaggio. La poeticità di un’equazione può essere fruita essenzialmente attraverso l’equazione e la capacità di evocazione di un atomo deriva dalla conoscenza dell’atomo e delle sue interazioni. Dunque occorre conoscere il linguaggio, ed è importante conoscerlo in prima persona e individualmente, perché la produzione di immagini è personalissima. Certo, è sempre possibili ricorrere all’interpretazione dell’equazione, così facendo però non si coglie la capacità della matematica di evocare sensazioni, ma solo la poeticità dell’interpretazione. Che è cosa diversa, perché l’interpretazione è già risultato.
Più in generale, il rapporto fra letteratura e scienza deve essere giocato sul terreno dell’immaginario collettivo, della mitologia. O meglio ancora: di quelle categorie attraverso le quali si vede e si interpreta il mondo e che non derivano solo dai Grandi Risultati della Scienza, ma dall’intero processo che si è sviluppato intorno alla scienza, ricordando che l'immagine del mondo del fisico teorico è una tra tutte le immagini possibili e che la letteratura deve vivere di una sua propria anima, in una metabolizzazione totale e globale, che dimentica i risultati e ne ricava di nuovi e diversi.

