Case study: L’INSAP VI (II)
09.07.2010
di Angelo Adamo
Denunciando da subito una (spero) perdonabile deformazione professionale, ho riguardato da astronomo questo gruppo, quasi fosse un cluster compatto, cromaticamente abbastanza omogeneo. La distesa di teste bianche era notevole, direi la quasi totalità, e molte di esse - come c’era da aspettarsi per una banale questione di convenienza chilometrica - erano teste italiane. Esse provenivano per la maggior parte da atenei che, quando in passato non hanno osteggiato apertamente questo genere di commistioni culturali tra ambito scientifico e ambito umanistico-artistico, si sono limitati a non promuoverle affatto e/o a relegarle a piccole iniziative minori, laterali rispetto al corso degli studi “seri”. La comunicazione subliminale che scaturisce spontanea, come effetto secondario e forse non previsto, da un atteggiamento del genere, è che viene suggerita la sola pratica dilettantistica di simili studi, a meno che ad occuparsene non sia un professore al quale, raggiunto un elevato livello di credibilità nella materia x, è consentito honoris causa di essere altrettanto autorevole in y, z, r, v, …
Tornando alla mia esperienza veneziana, osservando un ammasso così compatto di personaggi-stelle anziane che emettono, in luogo di luce stellare, teorie di così ampio respiro culturale, mi è venuto spontaneo cercare attorno a esse studenti-pianeti nelle cui teste tali teorie potevano avere preso a vivere e a nutrirsi di nuovi elementi per andare a costruire il futuro dell’INSAP e di questo degnissimo filone di ricerche, in generale. Gli astrofisici lo sanno bene: dove vi sono stelle vecchie e stabili, è molto probabile che nel loro intorno si sia potuto formare qualcosa che abbia a che fare col fenomeno della vita così come noi la conosciamo, perché proprio noi, abitanti del pianeta Terra legato a una stella di lungo corso come il Sole, ne siamo la prova. Bene, l’osservazione da me condotta non ha portato a risultati incoraggianti: attorno a queste teste-stelle bianche dalla posizione accademica stabile e inattaccabile (continuando nell’analogia, direi di sequenza principale), non c’è molta vita, anzi, se ne trova pochissima. Sarà un problema di fondi, sarà un problema dovuto all’epocale, presunto dissidio tra ragione (scienza) e sentimento (tutto il resto?), fatto sta che i giovani erano un insieme povero di elementi e, tra quei pochi, pochissimi (ricordo solo una ragazza inglese) erano seguiti dai loro docenti per lavorare su queste tematiche. Tra i pochi giovani, anche due italiani, Enrico Maria Corsini ed Elena dalla Bontà, due ricercatori dell’Università di Padova - a onor del vero, un ateneo non nuovo a operazioni culturali dello stesso tenore dell’INSAP - i quali, pur non avendo presentato ricerche in stile INSAP, hanno almeno dato prova di grande apertura mentale e di ottime capacità organizzative: a loro infatti va il riconoscimento per avere pianificato l’opportunità veneziana della scorsa edizione.
Gli interventi che ho potuto ascoltare - tutti, per motivi diversi, estremamente interessanti - e le metodologie seguite nel raccogliere i “dati” esposti, non sempre ma spesso avevano, a mio parere, molto poco di scientifico e, al solito, presentavano un carattere che definirei umanistico. In questi casi mi è parso che a mancare fosse, quindi, una cosa fondamentale quale un appropriato, largamente condiviso - perché già dimostratosi funzionale - ed usato, metodo di indagine che tenesse conto, ad esempio, di quanto viene fatto in ambiti attigui come la sociologia, l’antropologia e tutte le scienze morbide, le quali stanno dando tanto a quel modo di gettare sguardi sul mondo che ancora non riesce a passare da quantificazioni come quelle offerte dalle scienze cosiddette dure.
Per elaborare questo metodo ritengo che sia innanzitutto necessario, come è ovvio, possedere una grande conoscenza di quelli che sono il mondo scientifico (nel caso dell’INSAP, almeno della parte fisico-astrofisica) e il mondo umanistico e dell’arte intesa in senso lato. Ma sono altresì convinto che questo possa comunque non essere abbastanza. Per affilare davvero le armi e affrontare come si deve queste come tutte le altre problematiche, ritengo ci vogliano corsi universitari, studenti che pretendano attenzione da docenti preparati a seguirli su queste vie impervie, crescendo anche loro in conseguenza del dover rispondere a nuove domande; ci vogliono possibilità per questi studenti del futuro di affrontare tesi di laurea su simili tematiche; ci vogliono appropriati dottorati e master; è necessario che vi siano riviste di settore che adottino una qualche forma nuova e adatta di peer-reviewing; ci vogliono competenza, responsabilità, militanze artistico-scientifiche, possibilità e volontà dei presidi di facoltà di assumere artist in residence. Infine, last but not least, ci vogliono fondi. (2 - continua)

