La musica degli emisferi
18.06.2010
di Silvia Bencivelli
Per noi, è quasi ovvia: ci accompagna dal mattino alla sera, dal primo vagito della radiosveglia all’ultimo spot della programmazione televisiva serale. Ma per chi si occupa di evoluzione, la musica non è affatto un oggetto banale. Perché la nostra specie dedica tempo ed energie ad attività tanto impegnative (suonare, ballare, andare a un concerto, acquistare un cd…) che non sembrano avere nessuno scopo? Mica facile. Mica facile, perché la musica non si spiega granché con i meccanismi tipici dell’evoluzione. Non con la selezione naturale: che vantaggio avrebbe dato ai nostri antenati un buon orecchio rispetto all’essere stonati? E nemmeno si spiega con quel tipo particolare di selezione che è la selezione sessuale: come si spiegherebbero, altrimenti, la musicalità di un bambino prepubere o la chiara assenza di differenze nella musicalità di maschi e femmine?
Charles Darwin riconosceva la musica come «uno dei doni più misteriosi di cui l’uomo sia dotato». Però lui la riferiva alla selezione sessuale: i primi gorgheggi dei nostri antenati, scriveva, sono stati emessi per corteggiare. E da lì sarebbero poi nati la musica e il linguaggio.
Ma ci potrebbe anche essere un’altra spiegazione. La musica potrebbe non essere un adattamento, bensì un effetto collaterale della selezione di altri caratteri che sono stati favorevoli ai nostri antenati. La musica, cioè, potrebbe essere come le nicchie agli angoli di un tetto a cupola: anche se un maestro pittore vi ha disegnato sopra angeli ed evangelisti, non è a questo scopo che sono nate. Sono nate semplicemente perché, creando una volta, agli angoli sono rimaste quattro nicchie. Poi, il pittore ha trovato per loro un impiego gradevole. Nel caso della musica, possiamo chiamare questa ipotesi ipotesi-torta-alla-panna, dal linguista Steven Pinker, che l’ha affermata paragonando il nostro gusto per la musica al nostro gusto per la panna e la domanda «perché ci piace la musica?» alla più assurda «perché ci piace la torta alla panna?».
La musica è un carattere universale, che accomuna tutti gli uomini sulla Terra, e lo stesso non si può dire della torta alla panna. Ma questa spiegazione non si può escludere, o almeno non lo si può fare senza un po’ di rigore scientifico. Per questo, chiamiamo ipotesi zero quella della panna e cominciamo a pensare a come dirimere la questione.
Per esempio: il legame tra musica e linguaggio, a partire da Darwin, propone un’ottica interessante. Se la musica è una torta alla panna, i pezzi di cervello che sfrutta dovrebbero come minimo essere largamente sovrapponibili a quelli che usiamo per parlare. Poi, sempre osservando il cervello al lavoro con le tecniche di neuroimaging, possiamo andare a vedere se le emozioni legate alla musica abbiano un posto particolare, un percorso tutto loro, che potrebbe essere stato selezionato apposta per lei. Diciamo subito che risposte precise non se ne riesce ad avere, anche se sembra assodato che la musica non utilizzi le parti di cervello preposte al linguaggio, se non in parte, e che questo avvenga anche nei neonati, che ancora non sono stati plasmati dalla cultura che li alleverà.
E proprio i neonati sono interessanti anche per riconoscere che cosa sia naturale e che cosa sia appreso nella nostra musicalità. Il risultato, a grandi linee, delle ricerche psicologiche sugli under1 è che l’uomo nasce già predisposto a imparare la musica, come succede per il linguaggio. E altrettanto interessanti sono gli altri animali, nei quali potremmo trovare caratteri omologhi ai nostri per permetterci di datarli e di immaginarci il loro sviluppo. Ecco perché c’è gente, nei laboratori d’oltreoceano, che impone a scimmie e scimmiette di ascoltare musica di tutti i tipi in cambio di qualche pezzo di banana. Per vedere che il gusto per la musica (qualsiasi cosa voglia dire) è proprio tutto nostro e ai primati suona assai strano.
Arrivati fin qua, possiamo spiegare il fatto di avere, proprio adesso, lo stereo acceso per una questione puramente biologica? Ecco, una risposta precisa non c’è. E forse la scienza non ve la darà mai: soprattutto non potrà mai dire che esista una musica più “naturale” delle altre e quindi migliore. Il fenomeno musica riguarda tutti gli uomini in tutte le sue forme, da Beethoven a Shakira.
Quello che però può dire è che molti aspetti della nostra musicalità sono innati (compreso il piacere che suscita) e unici della nostra specie. Sono universali, e probabilmente sono emersi nella storia dell’uomo insieme al pensiero astratto. C’è chi dice che abbiano favorito la coesione sociale, la comunicazione degli stati d’animo, la memoria. Ma prima andrebbe esclusa l’ipotesi-torta-alla-panna, che è l’unica che impedisce le altre e dà, a Beethoven come a Shakira, il poco onorevole ruolo di produttori di parassiti della natura umana. Ed è ingiusto per entrambi.

