Mario De Stefano, scienziato assetato di bellezza
11.06.2010
di Cristian Fuschetto
Alghe unicellulari divenute delle autentiche star internazionali. Microscopici organismi marini trasformati in icone “trend” del gusto e del design. Sembra impossibile eppure e proprio così. Di mezzo c’è lo zampino, anzi il microscopio rigorosamente a scansione di uno scienziato molto particolare, di uno scienziato assetato di bellezza. Si chiama Mario De Stefano, è napoletano e insegna Botanica generale e Botanica marina presso la Seconda Università di Napoli (SUN). La natura, per lui, non è solo un oggetto da studiare per scoprirne i segreti, ma è un’inesauribile fonte di ispirazione. “Spesso – osserva De Stefano - anche se non ce ne rendiamo conto, è così anche per noi. A volte è impressionante notare la somiglianza di certi quadri astratti con alcune forme naturali, forme magari invisibili perché piccolissime, di grandezza nanometrica, eppure perfettamente corrispondenti all’occhio dell’artista e alla nostra sensibilità estetica”. Vincitore per due anni consecutivi dell’”Oscar” per la più bella illustrazione scientifica nell’ambito della prestigiosissima competizione internazionale di fotografia scientifica promossa dalla “National Science Fundation“ e dalla rivista “Science”, De Stefano non riesce proprio a distinguere la materia “bruta” maneggiata dallo scienziato da quella “nobile” disegnata dall’artista. Un po’ per vocazione, un po’ per conseguente valutazione scientifica. “I nostri codici mentali - spiega - non sono poi così distanti dalla natura: nel corso della nostra evoluzione abbiamo registrato forme naturali che ora pensiamo di aver dimenticato, eppure, se ci capita di vederne qualche riproduzione, le sentiamo immediatamente vicine, capiamo all’istante che abbiamo di fronte qualcosa che fa parte di un mondo al quale anche noi stessi apparteniamo”. E come dargli torto? È sufficiente dare una rapida occhiata alle riproduzioni delle sue amatissime diatomee per restarne incantati. Piccolissime alghe che per la seconda volta consecutiva, primo e unico caso finora mai registrato, gli sono valse il premio della giuria dell’“International Science and Engineering Visualization Challenge”.
Back to the future, questo il titolo del contributo realizzato da De Stefano, rappresenta in primo piano delle colonie a ventaglio di una diatomea (all’”anagrafe” Licmophora flabellata) a cui si contrappone sullo sfondo il render di una pensilina solare innovativa ispirata alle loro forme. La natura, insomma, diventa ispiratrice del design di prodotti innovativi. “Nel nostro caso la struttura di un organismo microscopico diventa il modello di una pensilina solare polifunzionale. Così come una colonia di diatomee è formata da una superficie simile al vetro che immagazzina energia solare, poggiata a sua volta su di un peduncolo “mobile” in grado di seguire il movimento della luce, la nostra pensilina può accumulare energia, illuminare lo spazio sottostante grazie a dei led e, attraverso il “gambo”, ovvero per mezzo del pilastro di sostegno fatto di carbonio, può offrire un avanzato servizio di facilities, come permettere di ricaricare i cellulari o di fornire, tramite bluetooth, informazioni su meteo, traffico, indicazioni su percorsi turistici o consentire semplicemente di scaricare degli mp3”. È facile capire perché per progettate questo prototipo bio-ispirato De Stefano ha collaborato, oltre che con una giovanissima collega, Antonia Auletta, anche con un’esperta di design come la professoressa Carla Langella del “Dipartimento di Industrial Design, Ambiente e Storia” della SUN. Back to the Future - precisa De Stefano - illustra l’approccio scientifico della Biomimetica, una nuova branca delle biotecnologie che mira alla realizzazione di prodotti, di materiali e di dispositivi innovativi a partire da principi, logiche e morfologie presenti in organismi naturali. Con Back to the Future abbiamo voluto alludere proprio alla necessità di comprendere il significato funzionale delle morfologie naturali per progettare materiali e oggetti del futuro”.
Strutture presenti nelle diatomee sono già utilizzate nell’ambito della cosiddetta biosensoristica, per esempio per sviluppare supersensori in grado di “annusare” la presenza di quantità anche molto esigue di gas nocivi in ambienti amplissimi e, ora, potrebbero essere la base per progettare prodotti innovativi non solo nei materiali ma anche nel design. “Questo è il senso del nostro progetto e il successo internazionale che stiamo riscuotendo ci incoraggia. Sarebbe bellissimo se, come accade in altri Paesi, ci fossero anche qui delle aziende desiderose di scommettere sui nostri prototipi. Va tuttavia detto che il problema non è solo delle imprese ma anche delle Università, ancora troppo lente quando si tratta di realizzare dei brevetti. È un gran peccato perché continuiamo a comprare altrove modelli innovativi per poi limitarci a modificarli nel design, cosa in cui siamo bravissimi” È un peccato sì. De Stefano è una prova del fatto che oltre al design di un prodotto si può lavorare anche sulla ricerca pura dei suoi materiali e delle sue strutture. Anzi, forse dimostra che è arrivato il tempo in cui questa distinzione non ha più senso.
“La scienza e l’arte – sottolinea De Stefano - non sono così distanti come appaiono. L’arte si è spesso ispirata alle bellezze naturali le cui forme armoniose sottendono una motivazione scientifica. Allo stesso modo molti concetti puramente scientifici o perfino numerici possono essere espressi da rappresentazioni grafiche alquanto artistiche. Basti pensare alla moderna modellistica computazionale o ai frattali”. Sia in Back to the future sia in The Glass Forest, la foto che gli è valsa il premio nella scorsa edizione, sono rappresentate delle diatomee nelle loro forme fantasiose e incredibilmente complesse, sempre affascinanti. “Queste forme – osserva lo scienziato napoletano - sono il risultato di adattamenti alle specifiche condizioni di vita offerte dai loro microambienti. In larga parte tali forme rimangono ad oggi ancora incomprese, nel senso che ancora non se ne sono individuate le funzionalità. Esistono in natura forme bellissime ma senza nessun’altra apparente utilità. Ci sono quindi organismi che possono sembrare delle vere e proprie opere d’arte, astrazioni pure, anche se in realtà nascondono un significato biologico da svelare. Bene, non nascondo che l’idea di poter riuscire a svelare questi misteri rappresenta senza dubbio la parte più affascinante del mio lavoro”.

