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Impronte/3: Superfici di moda

18.06.2010

 

di Simona Poidomani
 
 
I matematici in genere non vestono Capucci. A Isabeau Birindelli invece è capitato. Era un abito nelle tonalità del rosa, al ginocchio, volants di georgette sulle maniche corte e sulla gonna. Ma è stato solo molti anni dopo averlo indossato, il giorno del suo matrimonio, che ha iniziato a pensare a questi abiti come alle superfici che studia sulla lavagna della Facoltà di Architettura dell’Università di Roma, dove ha la cattedra di analisi matematica. Lo stilista romano invece non ci aveva proprio mai pensato. E quando Isabeau è andata a spiegargli che molte delle equazioni su cui lavora lei possono essere associate a tanti degli abiti creati da lui ha scosso la testa incredulo. Messo di fronte alle immagini dei testi di geometria algebrica però non ha tardato a esclamare, “ma questi sono i miei vestititi!”
Mostra dopo mostra nei santuari dell’arte contemporanea un po’ in tutto il mondo, Capucci ne aveva sentite molte. Abiti scultura, abiti architettura, abiti poesia. Questa però, mai.
Gli strumenti che Birindelli gli ha proposto sono quelli della geometria differenziale e della geometria algebrica, la curvatura di una superficie, i suoi fibrati tangenti o le foliazioni che di alcune si possono fare.
Birindelli gioca oltre Capucci. E pensa alla sua matematica come se fosse una sarta. Usa il teorema di Gauss. Un risultato lontano mai impiegato da alcuno stilista secondo cui due superfici che possono stendersi una sull’altra hanno la stessa curvatura. Così, se due superfici hanno curvatura diversa, come un corpo umano non anoressico e un taglio di stoffa, non possono essere isometriche, non possono essere fatte combaciare. Se ci si vuole vestire in modo elegante evitando stoffe elastiche, bisogna accettare che l’abito non segua la linea del corpo, lavorare con le pieghe come nel sari o nella toga, o servirsi di superfici non regolari, come devono esserlo quelle per cui vale il teorema “Egregium” di Gauss, applicando cuciture e di nuovo pieghe. Capucci lo sa bene.
Birindelli ci scherza sopra, localizzando il suo intento “tra il botanico/classificatorio e il filosofico”. Per molti degli abiti disegnati da Capucci ha individuato una ben precisa superficie matematica, ovvero l'equazione che la identifica. Alcuni altri vestiti, quelli in cui il sarto incolla forme fra loro simili a un abito base, li associa all’insieme di una superficie e dei suoi fibrati tangenti, l’insieme cioè dei piani che in ogni punto approssimano meglio una superficie, gli spazi in cui è possibile fare il calcolo infinitesimale che la superficie non consente.
Birindelli procede proprio come altri hanno fatto con la sezione aurea e i dipinti di Piero della Francesca. Solo che in questo caso i concetti sono molto più complessi.
 “Concetti matematici che esistono, come i colori, i suoni, gli odori, e in quanto tali sono usati, visti e intuiti anche da chi non conosce la matematica, oppure invenzione dell’uomo e dunque la convergenza delle intuizioni proviene dal fatto che il creatore artistico e il creatore matematico rispondono alle stesse esigenze e usano la stessa creatività? E ancora: il valore artistico di un’opera è amplificato, o addirittura dovuto, all’uso di idee matematiche o l’uso della matematica è solo uno dei tanti strumenti che l’artista usa, consapevolmente o meno, per comunicare?’’, si chiede Birindelli. Non è l’unica, anche di questi tempi.
Giorgio Ferrarese, dell’Università di Torino, si è posto domande simili, insieme ad Alessandra Gagliano Candela, dell’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova. Insieme hanno lavorato sulle superfici algebriche rappresentate nelle collezioni di gessi come quelle conservate nella biblioteca “Giuseppe Peano” del dipartimento di matematica torinese, quasi un ponte fra le equazioni e le opere di pittori cubisti o scultori come Henri Moore. Calchi artigianali, come gli abiti, luoghi ideali per l’incontro di saperi.
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